La musica era vera passione ora è una suoneria da cellulare

Il celebre cantautore torna in Italia per cinque concerti. “Negare il Covid è come pensare che la Terra sia piatta”

Sarà che ha fatto la storia dei cantautori americani (e non solo). Oppure sarà che, dopo essere stato lanciato da Beatles e aver vinto 7 Grammy Awards, venduto più di cento milioni di dischi, ora è un 73enne consapevole che dice quel che pensa. «Sono felice di essere cresciuto in un periodo nel quale potevi persino annoiarti», spiega sorridendo dalla sua casa nel rhode Island. Sarà quel che sarà ma, anche quando parla, James Taylor surclassa quasi tutti per lucidità ed efficacia, senza affastellare soltanto un elenco di banalità come fanno tanti altri (specialmente i più freschi di successo). Cresciuto nella Carolina del Nord, pedinato per tanti anni dalla tossicodipendenza, James Taylor è diventato il simbolo del cantautorato malinconico, carico di emozioni ma sempre sfumate da garbo e tolleranza. Perciò oggi, nell’era delle canzoni slogan, è un panda della musica, una rarità che brilla più di prima.

Già che ci siamo, James Taylor, che cosa pensa dei nuovi «cantautori»?

«Mah, mi sembra che sia tutto molto più semplificato. Hanno un suono, un groove e un messaggio elementare. Se paragoni le nuove canzoni a quelle della storia americana, ti accorgi che una volta erano molto più sofisticate».

Quindi in una parola?

«Oggi sembrano più che altro suonerie per cellulare».

Addirittura?

«Però ci sono comunque grandi compositori e grandi cantanti in una scena musicale che si sta frammentando in piccolissimi settori».

Lei dov’è?

«Io sono nel mezzo tra il sofisticato e il semplice».

Adesso torna in tour.

«Sì, tra qualche settimana riprendo negli Stati Uniti fino a Natale, con una sola settimana di riposo, e poi sarò in Italia dal 22 al 28 febbraio del prossimo anno, partendo da Torino e poi suonando a Bassano, Firenze, Roma e Milano agli Arcimboldi. Per me è un vero ritorno».

Perché?

«Questa è stata la sosta più lunga che ho dovuto affrontare in sessant’anni di carriera. Non avevo mai smesso di salire sul palco per così tanto tempo»

Come ha vissuto la pandemia?

«All’inizio quasi con sollievo. Ero nel Montana e ho avuto più tempo per stare con la mia famiglia e mi è piaciuto potermi dedicare ai lavori domestici, a fare il bucato, a cucinare. Prima non avevo tempo».

Magari la pausa le è servita per scrivere nuove canzoni.

«No direi di no. E non sono il solo. Paul Simon mi ha telefonato dicendo che anche lui non riusciva a scrivere e che avrebbe voluto ritirarsi».

A dicembre 2020 Van Morrison ed Eric Clapton hanno scritto una canzone contro il lockdown.

«C’è gente che continua a credere che il mondo sia piatto. Così c’è chi crede che il Covid non esista o che non ci sia il cambiamento climatico. Negli Stati Uniti ciascuno sceglie la propria realtà e c’è sempre qualcuno che lo supporta».

La libertà di opinione.

«Vedi immagini di gente che muore e di ospedali pieni e poi leggi i pensieri di chi lo nega. In realtà le notizie dall’Italia hanno portato tanti americani a rendersi conto di che cosa stava realmente accadendo».

Si riferisce ai camion militari da Bergamo?

«Per noi è stata una sveglia».

Qual è il vero pregio del suo mestiere?

«Vendere musica è meglio che lavorare per qualche miliardario».

Oggi si parla sempre meno del talento.

«Provo pena per chi è famoso per essere famoso ma non ha alcun talento. Specie in un’epoca nella quale c’è chi ha inventato il vaccino contro il Covid o l’auto elettrica».

E la sua generazione che cosa ha fatto?

«Volevamo cambiare il mondo e in qualche modo ci siamo riusciti. A proposito, come sta Papa Francesco?».

Meglio. Domenica scorsa ha recitato l’Angelus dalla stanza d’ospedale.

«Non credo in Dio ma in questo Papa sì».

Nel 1996 collaborò con Elio e Le Storie Tese, che si sono sciolti ma sembra si vogliano riformare. Nel suo tour potrebbe chiamarli…

«Sono grandi musicisti sempre nel mio cuore. Adesso gli faccio una telefonata…».

Paolo Giordano – Fonte: http://www.ilgiornale.it